CORANAVIRUS. NON DOBBIAMO AVER PAURA DEGLI ANIMALI, MA DI CIÒ CHE STIAMO FACENDO AI LORO HABITAT.

DeforestazioneLo scoppio dell’epidemia di coronavirus, che ha finora ucciso oltre 2.900 persone e ha imposto quarantene e cordoni sanitari in diverse aree del pianeta, ci ha ricordato due cose. Che il mondo, più che agli animali, “appartiene” ai microbi, che lo hanno colonizzato e plasmato da miliardi di anni, e che la nostra costante sopraffazione sul mondo naturale, che sembra essere quasi inscritta nei nostri geni, è all’origine delle grandi sfide che la nostra specie deve affrontare oggi per la sua sopravvivenza, compresa, appunto, la diffusione di malattie.
L’origine del focolaio di Sars-CoV-2, virus responsabile della malattia Covid-19, è stata infatti individuata, con buone probabilità, nel mercato del pesce di Wuhan, in Cina, in cui vengono venduti sia animali d’allevamento che selvatici. È quindi subito partita la “caccia” all’animale untore, sono stati accusati a turno pangolini, serpenti e pipistrelli, senza tuttavia giungere a una risposta definitiva. Il vero problema, però, non è capire quale specie ospitasse il virus prima di passarlo all’uomo, bensì il nostro rapporto con la natura.
Negli ultimi decenni quasi tre quarti di tutte le epidemie che hanno colpito l’uomo sono provenute dagli animali, secondo l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms). Può infatti avvenire quello che viene definito “salto di specie”, “spillover” in gergo tecnico, ovvero il passaggio da un animale all’altro, che può essere l’uomo, a causa del contatto nuovo e ravvicinato tra due specie. In natura esistono milioni di virus, la maggior parte dei quali è innocua per la nostra specie, che convivono pacificamente con una o più specie serbatoio, grazie a un equilibrio raggiunto talvolta in migliaia di anni. Il passaggio all’uomo, però, può causare gravi conseguenze. Il virus si ritrova infatti, di colpo, in un ambiente differente e se per la specie che lo ospitava precedentemente era innocuo può diventare mortale per il nuovo ospite. Immaginate un affollato mercato del pesce come quello di Wuhan, in cui si trovano a stretto contatto persone, animali, vivi, morti e morenti di una grande varietà di specie, come cani, galline, maiali, serpenti, zibetti, pavoni, istrici, salamandre, ratti e volpi. Sembra l’ambiente ideale per la trasmissione di zoonosi, ovvero quelle malattie trasmesse dagli animali all’uomo, in grado poi di generare epidemie di portata internazionale, come quella cui stiamo assistendo ora. Il nuovo coronavirus è solo l’ultimo dei virus trasmessi dagli animali all’uomo con effetti potenzialmente devastanti. Nel 2002-03 un virus simile causò l’epidemia di Sars, malattia respiratoria apparsa in Cina con un elevato tasso di mortalità, trasmessa molto probabilmente all’uomo dagli zibetti (che a loro volta erano ospiti intermedi, infettati forse dai pipistrelli), mammiferi della famiglia dei viverridi, allevati e venduti in Asia. Anche virus noti e letali come Hiv ed ebola, che hanno infettato milioni di persone in tutto il mondo, sono zoonosi. Il primo è una versione mutata di un virus degli scimpanzé, mentre il secondo si è propagato a seguito del contatto con vari animali, come scimpanzé, gorilla, volpi volanti, antilopi e porcospini. La fauna selvatica sembra dunque celare al suo interno una moltitudine di invisibili nemici dormienti pronti a infettarci, ma evitarli sarebbe, almeno in teoria, facile. Dobbiamo smetterla di distruggere habitat ed ecosistemi, in questo modo i virus che gli animali ospitano non verrebbero a contatto con l’uomo. La nostra crescente vulnerabilità alle pandemie è infatti una diretta conseguenza del ritmo sempre più accelerato della perdita di habitat e dell’espansione degli insediamenti umani.
La distruzione degli ambienti naturali, oltre a minacciare la sopravvivenza di un gran numero di specie animali e vegetali, erode progressivamente la distanza tra domestico e selvatico, aumentando la probabilità che uomini e animali selvatici entrino in contatto. Proprio questo contatto, sempre più frequente, consente ai microbi benigni che vivono negli animali di giungere fino noi, trasformandosi in patogeni mortali.
Secondo uno studio del 2017, i focolai di ebola hanno maggiori probabilità di verificarsi in aree dell’Africa che hanno subito recenti episodi di deforestazione. La distruzione delle foreste costringe infatti i pipistrelli della frutta, tra i principali portatori sani del virus, a posarsi sugli alberi in prossimità di fattorie e case, aumentando la probabilità, ad esempio, che un essere umano mangi un frutto su cui è presente saliva di pipistrello.
Anche i focolai di malattie trasmesse dalle zanzare, come la malaria, sono collegati all’abbattimento delle foreste e alle trasformazioni degli habitat. La scomparsa degli alberi e delle loro folte chiome permette infatti al sole di filtrare e raggiungere le pozze al suolo, che diventano così luoghi ideali per l’accoppiamento e la riproduzione di questi insetti. Il disboscamento legato all’espansione delle aree urbane, altera inoltre delicati equilibri ecosistemici generando, talvolta, effetti a catena. È quanto accaduto, ad esempio, negli Stati Uniti, dove la riduzione della Northeastern coastal forest ha privato dell’habitat gli opossum, provocando così la diffusione della malattia di Lyme, causata da un batterio trasportato dalle zecche. Gli opossum non possono essere infettati dalla malattia e sono tra i principali predatori di questi artropodi, che rimuovono anche da altri animali, come i cervi. I virus, come detto, possono transitare anche da una specie animale all’altra, prima di giungere all’uomo. Nei mercati dove vengono commerciati animali selvatici, come quello di Wuhan, specie selvatiche che raramente si incontrerebbero in natura si trovano in gabbia l’una accanto all’altra, in terribili condizioni, permettendo ai microbi di saltare da una specie all’altra. Questo è, probabilmente, il modo in cui è nata l’attuale epidemia di coronavirus. Prorio per frenare la diffusione del coronavirus e prevenire ulteriori zoonosi, la Cina, dopo l’iniziale divieto temporaneo, ha annunciato il divieto permanente al commercio di fauna selvatica, attività caratterizzata da una scarsa regolamentazione e alti livelli di illegalità. La decisione, che vieta qualsiasi forma di commercio e consumo di animali selvatici non acquatici e si applica anche agli animali selvatici allevati, è stata presa lo scorso 24 febbraio dal comitato permanente dell’Assemblea nazionale del popolo, il massimo organo legislativo della Repubblica popolare cinese. Oltre che per la salute umana, il commercio di fauna selvatica è, ovviamente, estremamente dannoso per la biodiversità. La sopravvivenza di molte specie carismatiche, come elefanti e rinoceronti, è minacciata da questo traffico che coinvolge un immenso numero di vertebrati e che riguarda una specie su cinque. La Cina è una delle principali destinazioni degli animali trafficati, il divieto potrebbe dunque avere grande risonanza e contribuire enormemente alla lotta globale contro il commercio illegale. “Se la Cina sarà in grado di chiudere il commercio illegale di animali, renderà il mondo un po’ più sicuro e avrà un impatto enorme sugli sforzi di conservazione della fauna selvatica – ha commentato Benjamin Neuman, virologo dell’università di Texarkana, in Texas –. È una cosa che deve accadere, e se la ragione è la malattia Covid-19, così sia. Il provvedimento è stato dunque accolto con favore da conservazionisti e ambientalisti, che ne hanno tuttavia evidenziato alcune lacune. Secondo un’analisi della Wildlife conservation society, il provvedimento non vieta il commercio di pelli, pellicce e parti animali utilizzate per la medicina tradizionale, come ad esempio le scaglie dei pangolini, tra gli animali sospettati di aver diffuso il Sars-CoV-2. “Questo crea una potenziale scappatoia per i trafficanti che possono sfruttare tali esenzioni per vendere animali selvatici vivi”, ha affermato il gruppo in una nota. C’è anche chi teme che vietare un settore così redditizio, che vale oltre sette miliardi di dollari e che impiega più di un milione di persone, possa ottenere l’effetto opposto a quello auspicato, facendo crescere ulteriormente il commercio clandestino, rendendo così ancora più difficile tenere traccia dell’emergere di nuove malattie. Per quanto riguarda gli animali d’affezione, è altamente improbabile che possano trasmettere o contrarre la malattia. Non è finora stato accertato neppure un caso, su una casistica di migliaia di animali, e l’Oms ha precisato che “non ci sono prove che animali da compagnia come cani e gatti siano stati infettati o possano diffondere il virus che causa Covid-19”. Anche il ministero della Salute, nel vademecum diffuso dal governo italiano per fronteggiare l’emergenza, ha specificato che “gli animali da compagnia non diffondono il nuovo coronavirus”. In ogni caso, a scopo precauzionale, il dipartimento cinese dell’Agricoltura, della pesca e della conservazione (Afcd) ha riferito che gli animali domestici di persone che sono state infettate dal virus dovrebbero stare in quarantena per quattordici giorni. A proposito del presunto cane infetto da Covid-19 trovato ad Hong Kong, notizia riportata da numerose testate nazionali e internazionali, l’animale sarebbe risultato positivo a causa del prolungato contatto con la proprietaria infetta e avrebbe di conseguenza sviluppato gli anticorpi al virus, anche se non può ammalarsi. “Se confermato, il ritrovamento di tracce di virus in un tampone effettuato su cavità nasali e orali di un cane convivente con il proprietario infetto da coronavirus non significa assolutamente nulla in termini di diagnostica virologica – ha commentato la notizia la Federazione nazionale ordini veterinari italiani (Fnovi) -. Non vi è nessuna evidenza scientifica di un trasferimento dell’infezione da uomo a cane, men che meno da cane a uomo. La presenza di tracce di virus nell’animale potrebbe essere del tutto casuale e dovuta al suo semplice contatto con il proprietario”. Il 70 per cento delle nuove malattie emerse negli ultimi trenta anni è di origine zoonotica. La maggior parte di queste proviene dalla fauna selvatica, ma anche il bestiame rappresenta una potenziale grave minaccia per la salute pubblica, come hanno già dimostrato i virus dell’influenza suina e aviaria. Gli allevamenti intensivi, dove migliaia di animali “vivono” ammassati in condizioni antigieniche in attesa della morte, creano l’ambiente adatto per la proliferazione e la mutazione di virus e batteri.
Particolarmente allarmante è il fenomeno dell’antibiotico-resistenza, legato all’abuso di antibiotici che viene fatto negli allevamenti industriali, in grado di rendere inefficaci gli antibiotici necessari per preservare la salute umana. Il rischio di gravi pandemie provocate da ceppi di batteri antibiotico-resistenti, ha avvisato l’Oms in tempi non sospetti, è più che concreto e ogni anno a causa di questi batteri nel mondo muoiono migliaia di persone. L’abnorme quantità di escrementi prodotta dagli animali terrestri da allevamento non fa che peggiorare la situazione, esponendoci ancora di più ai microbi animali. Secondo una recente ricerca, entro il 2030 il pianeta genererà un’insensata quantità di cacca, pari ad almeno cinque miliardi di tonnellate ogni anno. Queste deiezioni, così voluminose che solo una minima parte viene utilizzata come fertilizzante, finiscono nel suolo e nelle falde acquifere, inquinando l’aria, l’acqua e la terra con gravi conseguenze per la salute umana, che vanno dall’asma ai seri danni neurologici. Gli alti livelli di nutrienti presenti nel letame, come fosforo e nitrati, provocano inoltre la diffusione di microrganismi patogeni che possono causare malattie nell’uomo e la crescita di fioriture algali tossiche, pericolose per la fauna selvatica. Per curare la Covid-19 è necessario un vaccino, i laboratori di tutto il mondo sono al lavoro per svilupparlo e alcuni paesi hanno già iniziato la fase di sperimentazione animale, ma per cercare di contrastare alla radice il problema delle nuove zoonosi dobbiamo porre fine all’esilio della specie umana dalla natura e riallacciare il rapporto con le altre specie animali con cui condividiamo il pianeta. Occorre ripensare il nostro posto nel mondo, ricordandoci che, in quanto animali, dipendiamo dall’ambiente circostante e che dalla salute degli ecosistemi e delle altre specie dipende anche la nostra. Proteggendo gli habitat della fauna selvatica possiamo far sì che i microbi rimangano negli animali e non arrivino nei nostri corpi.

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