COSCIENZA E COGNIZIONE ANIMALE

In molti credono che lo studio sulla capacità degli animali non umani di soffrire e di provare gioia sia uno studio approfondito, ma non è così. Come già indicato nella sezione su quali esseri siano senzienti, oggigiorno non si conosce quale struttura fisica bisogna avere e cosa serve per poter sentire.


Conosciamo solo quali parti degli organismi di tutta una serie di animali giochino un ruolo importante sulla questione del dolore e della gioia. Inoltre, conosciamo il modo in cui funzionano alcuni di questi elementi. Per esempio, sappiamo come agiscono i meccanismi che trasmettono il dolore.


Eppure non conosciamo la forma che deve avere un organo accentratore del sistema nervoso di un individuo per dar luogo alla manifestazione del dolore. Questo è il tema centrale.


Sviare l’attenzione dalla coscienza animale alla capacità intellettuale.


Non è che non si conosca bene questo problema. Potrebbe essere che non si conosca molto l’argomento, nonostante gli studi approfonditi, perché è un tema difficile. Tuttavia, nonostante la sua importanza, non è una questione che riceve grande attenzione. È stata poco studiata. La questione sugli animali senzienti ha ricevuto un’attenzione molto scarsa. Negli ultimi anni si presta molta più attenzione al problema non tanto per un interesse morale verso gli animali non umani, quanto per la misura in cui lo studio va di pari passo con il problema della coscienza negli esseri umani. Ad ogni modo continua a essere scarsa.


Inoltre, i limiti di questo studio si riscontrano quando lo paragoniamo con l’attenzione che prestiamo al tema della cognizione animale, sebbene pertinente, che riguarda la capacità intellettuale degli animali non umani. Oggigiorno, conosciamo molto meglio il settore della cognizione animale rispetto a quello della capacità di avere esperienze.


La cognizione animale.


Una serie di animali non umani possiedono la capacità di maneggiare concetti, alcuni complessi e alcuni astratti. Un concetto è una specie di categoria o recipiente mentale nel quale inglobiamo diverse informazioni che percepiamo o idee che possiamo creare a partire da esse. Un essere che ha concetti può ragionare e avere convinzioni (tuttavia, è oggetto di discussione se un essere possa avere convinzioni senza avere concetti).


Tutta una serie di animali dimostrano di avere concetti, non è solo un caso che riguarda i mammiferi o i volatili. Secondo gli studi del professor Donald Griffin, pioniere nel campo dell’etologia cognitiva (la ricerca della cognizione animale in base all’osservazione del comportamento), molti altri animali dimostrano di averla. Uno dei fenomeni sui quali si fondano è la comunicazione tra animali: le api, ad esempio, quando comunicano dove possono trovare fiori con polline. Se questi animali sono coscienti, la spiegazione più plausibile del loro comportamento è che hanno concetti.


Lo specismo e la scarsa attenzione nei riguardi della cognizione.


Il motivo per il quale gli studi sulla mente degli esseri umani e degli altri animali si siano concentrati su questioni diverse dalla coscienza ha le sue radici in vari pregiudizi sullo specismo. Queste questioni sono state ritenute più interessanti, poiché viene data poca importanza alla capacità di essere senziente. Il ruolo fondamentale è stato giocato dal fatto che questo criterio non sia stato ritenuto rilevante da poter essere considerato a livello morale. Tuttavia, il problema principale non è tanto sapere se un essere cosciente possiede certe capacità cognitive, ma quando è cosciente. È una questione molto più essenziale, dalla quale dipende la risposta ad altri problemi circa le menti degli animali, umani e non umani e soprattutto, come si vede nella sezione sull’importanza dell’essere senziente, nel rispetto di qualcuno, la domanda che conta non è se ha delle capacità intellettuali, ma se è un essere cosciente.


L’utilità degli studi sulla cognizione animale.


Eppure, l’esistenza dei vari studi sulla cognizione animale potrebbe essere, nonostante quel che è stato detto, qualcosa di utile per il progresso di ciò che riguarda la questione morale.


In maniera indiretta, gli studi sulla cognizione degli animali non umani sono utili perché se un essere possiede certe capacità intellettuali, dimostra di essere un essere cosciente. D’altra parte, dimostrare che esistono animali non umani che possiedono capacità che spesso si considerano esclusivamente umane potrebbe rivelarsi positivo, poiché si prova che tali supposizioni antropocentriche sono infondate e dovute a pregiudizi sullo specismo. Ciò a volte, di nuovo in maniera indiretta, può aiutarci a mettere in discussione le nostre teorie sullo specismo, mostrandoci gli errori nei quali cadiamo.


Problemi di un approccio che presta una considerevole attenzione alla cognizione animale.


Tuttavia, i due vantaggi indicati in precedenza cozzano a loro volta con svantaggi molto seri. Queste ricerche ci fanno sviare l’attenzione dal problema.


In primo luogo, limitati sono i benefici indiretti utili a far sì che ci siano dei progressi sulla questione degli animali senzienti e il rimettere in discussione lo specismo rispetto alla mancanza di progressi sull’argomento, perché gli studi si focalizzano sulla cognizione anziché sulla coscienza. In secondo luogo, quando si pone l’accento sulla cognizione anziché sulla coscienza, si può avere l’impressione che la cosa rilevante, a livello morale, non sia la mera coscienza, ma il fatto di possedere certe capacità cognitive. In questo modo non si metterebbero mai in discussione, ma si riaffermerebbero, tutta una serie di posizioni che rafforzerebbero i pregiudizi antropocentrici sullo specismo.


Nuocere agli animali non umani.


Infine, non si può lasciare in sospeso una questione: spesso le ricerche sulla cognizione animale nuocciono agli animali. Questo può accadere anche nel caso delle ricerche sull’essere o meno coscienti. Nella misura in cui rifiutiamo lo specismo, se ci opponiamo a tali ricerche nel caso in cui i soggetti implicati sono umani, dobbiamo opporci allo stesso modo anche quando si tratta di animali non umani.


Tuttavia, è possibile eseguire ricerche sulla questione mediante metodi non invasivi (come già successo, ad esempio, nel caso delle ricerche eseguite dal prof. António Damásio dell’Università dell’Iowa, che ha studiato il modo in cui reagisce la coscienza degli essere umani colpiti da lesioni di vario tipo, grazie al quale si conosce come funziona il cervello quando dà luogo alla coscienza).

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