ETICA E ANIMALI

La petitio principii.




Si sente spesso affermare che per meritarsi il rispetto degli altri esseri umani, uno debba appartenere alla specie umana. In altri casi, invece, vengono chiamate in causa ragioni religiose o metafisiche per giustificare il rispetto verso gli umani e la trascuratezza verso i non umani. Secondo queste teorie, gli umani hanno qualità o dettagli speciali che li rendono più degni di rispetto; ne sono esempi la convinzione che gli umani abbiano un valore intrinseco di gran lunga maggiore degli altri esseri, uno status superiore, o che siano la specie prescelta da Dio.


Argomentazioni simili a queste, che cercano di giustificare una mancanza di rispetto verso gli animali, si presentano come segue:

  1. Solo gli umani soddisfano una certa condizione (definita condizione x).
  2. Solo coloro che soddisfano la condizione x devono essere rispettati.
  3. Solo gli esseri umani devono essere rispettati.

Questi esempi sono tutti ragionamenti fallaci. In teoria dell’argomentazione, questo errore viene definito ragionamento circolare o “petitio principii”. Nella sezione seguente viene spiegato perché questi argomenti possono dirsi fallaci. La prima spiegazione è la più semplice, mentre la seconda è più dettagliata e tecnica e spiega in cosa consiste il ragionamento morale.


Prendiamo in considerazione ciò che si vuole dimostrare:


Iniziamo dalla spiegazione più semplice e consideriamo quanto segue: dire che gli umani hanno un valore o status maggiore è diverso dal dire che, per esempio, essi hanno una certa anatomia, certe capacità cognitive, l’abilità di correre o altro. La differenza sta nel fatto che elementi come la struttura, le capacità e le abilità possono essere verificate. Non esiste caratteristica, abilità, o qualsiasi altra cosa che possa essere verificata, che può essere definita “status” o “valore intrinseco”. Allo stesso modo, le condizioni dettate da teorie religiose, che ci impongono di rispettare qualcuno (come membro di una specie prescelta), non possono essere confermate.


Non c’è alcun modo di appurare che solo gli umani possiedono un’anima immortale o che solo loro siano dotati di valore intrinseco. Non c’è modo di scoprirlo per nessuno. In realtà, non vi è alcun modo nemmeno di scoprire se tali condizioni esistano nel mondo reale. In altre parole, non possiamo sapere se qualcosa come lo “status” o il “valore intrinseco” esiste o se vi siano realmente specie prescelte da Dio; il tutto senza considerare, naturalmente, la questione se esista o meno un Dio. Ovviamente, non è dimostrabile nemmeno la veridicità dell’esistenza di uno status o un valore intrinseco; tuttavia, sono coloro che affermano che questa cosa esiste, che devono produrre prove a dimostrazione della validità dell’argomento; ma abbiamo visto che ciò non può essere fatto.


Dato che non ci sono prove a sostegno dell’esistenza di condizioni basate sullo status e sul valore intrinseco, dire che solo gli umani le soddisfano non può considerarsi una posizione ragionevole. Per lo stesso motivo, risulta strano affermare che si debbano rispettare gli individui che presentano dette condizioni (presunte), in quanto significherebbe discriminare gli altri sulla base di motivazioni arbitrarie. Parlando di etica, una posizione per essere valida ha bisogno di motivi che la giustifichino; quando questi motivi non forniscono valide giustificazioni sono definiti arbitrari e non vi sono ragioni per tenerli in considerazione.


Le tesi appena viste sono esempi di petitio principii in quanto si basano su argomenti che richiamano circostanze non dimostrabili e date per scontato; presumere o affermare che qualcosa è un dato di fatto o è “ovvio” è molto diverso dal dimostrare che lo sia realmente.


In altre parole: non possiamo essere certi di qualcosa appellandoci a una premessa che non si può ritenere valida.


Ragionamento morale e petitio principii


Per comprendere come si forma un ragionamento morale analizziamo l’argomento in modo più dettagliato e tecnico. Un ragionamento è una sequenza logica composta di premesse e conseguenti conclusioni. La premessa può essere una dichiarazione di fatti che, a loro volta, possono essere veri o falsi. Nel ragionamento morale le premesse possono anche essere dei principi o prescrizioni, come “promuovere l’uguaglianza”, “non uccidere senza giusta causa” o “diffondere la felicità piuttosto che la sofferenza”.


Un esempio di ragionamento morale è:

  1. Non si devono uccidere gli esseri senzienti per il proprio piacere personale.
  2. Le mucche sono esseri senzienti.
  3. Non si devono uccidere le mucche per il proprio piacere personale.

In questo ragionamento le premesse 1 e 2 conducono alla numero 3. La prima premessa è una prescrizione, la seconda è la descrizione di un fatto e la terza è la prescrizione che deriva dalla combinazione della prima e della seconda premessa.


Esistono tre principali modi in cui un simile argomento può rivelarsi errato: un argomento fallisce se la conclusione non può derivare direttamente dalle premesse; si può rifiutare la conclusione di un argomento se le premesse non sono veritiere; oppure la conclusione può derivare logicamente dalle premesse ma, se quest’ultime sono dubbie, allora anche la conclusione può essere messa in dubbio. Per esempio:

  1. Gli italiani vanno rispettati più dei greci.
  2. Gli ateniesi sono greci.
  3. Gli italiani vanno rispettati più degli ateniesi.

A livello logico questo ragionamento funziona e quindi può essere considerato formalmente valido, tuttavia la conclusione è opinabile perché la prima premessa è immotivata.
Vediamo cosa accade con argomenti a favore dello specismo, come quello presentato sopra. Poniamo l’esempio:

  1. Solo gli esseri umani hanno valore intrinseco. [Condizione non verificabile in alcun modo].
  2. Solo coloro che hanno valore intrinseco devono essere rispettati. [Premessa opinabile e senza chiara spiegazione].
  3. Solo gli esseri umani devono essere rispettati.

La conclusione (3) deriva dalle premesse (1) e (2). In breve, l’argomento è valido ma la conclusione è irrilevante perché asserisce la stessa cosa affermata nella premessa. In teoria dell’argomentazione, la “futilità” è sinonimo del fatto che tutte le informazioni contenute nelle premesse sono già incluse nella conclusione (in questo caso la numero 3); posta in altro modo possiamo dire che, nel tentativo di dimostrare qualcosa, si sta già affermando ciò che si desidera provare, finendo con il non dimostrare nulla. Non spiegando cosa s’intende per “valore intrinseco”, ma affermando che solo gli umani lo possiedono e che è posto alla base del rispetto, l’argomento sostiene essenzialmente che solo gli umani meritano rispetto perché sono gli unici ad avere un certo tipo di “umanità”. Da ciò si può comprendere perché gli argomenti definiti petitio principii sono spesso chiamati ragionamenti circolari. Chiamare l’“umanità” con un altro nome non ne modifica la caratteristica dell’essere arbitraria.


Il problema, quindi, non è soltanto dato dal fatto che manca la chiarezza sul perché solo gli esseri umani soddisfino certe condizioni, o perché tale condizione sia reale; l’arbitrarietà di considerare l’argomento come un dato di fatto è di per sé problematica, perché ciò che si tenta di dimostrare è che si devono rispettare solo gli umani perché sono gli unici ad avere certe qualità astratte e inosservabili. A ogni modo, tutto questo è fallace non soltanto perché non esistono ragioni per credere che simili qualità esistano, ma anche perché si afferma dal principio che è necessario rispettare gli esseri umani e non gli altri animali.


Pertanto, in breve, né la premessa (1) né la premessa (2) sono accettabili. Quanto al discorso della petitio principii, il ragionamento non convince e non rappresenta neppure una ragione accettabile per non considerare gli animali non umani.





Lo specismo.




Nel mondo attuale esistono molte discriminazioni, di diverso tipo, che si presentano quando a qualcuno viene data meno considerazione morale rispetto ad altri, oppure quando qualcuno viene trattato male rispetto ad altri senza un giustificato motivo.1 La discriminazione verso gli esseri umani può basarsi su ragioni sessuali, sul colore della pelle, sulle preferenze sessuali e molti altri motivi.




Discriminazione significa diversa considerazione morale ingiustificata.




Quando concediamo a qualcuno considerazione morale significa semplicemente che valutiamo il modo in cui quel qualcuno può essere toccato dalle nostre azioni e omissioni, atteggiamenti e decisioni. La considerazione morale non va attribuita soltanto alle creature senzienti (consce). Alcuni attribuiscono considerazione morale agli ecosistemi o alle specie, anche se, generalmente, la considerazione morale viene data solo agli esseri consci. Possiamo (e lo facciamo) dare maggiore o minore considerazione morale ad alcuni esseri rispetto ad altri; lo specismo implica attribuire a diversi esseri senzienti diversa considerazione morale senza giusti motivi.




Discriminazione e sfruttamento.




Coloro che vengono discriminati sono spesso anche sfruttati. È possibile discriminare gli altri ma, nonostante questo, trattarli bene; tuttavia, se trattiamo qualcuno meno bene rispetto ad altri per ragioni arbitrarie e quindi ingiuste (come il colore della pelle o il sesso) sempre di discriminazione si tratta.


Lo specismo è una forma di discriminazione verso chi non appartiene a una certa specie. Nella gran parte delle società umane moderne è considerato normale discriminare gli animali di altre specie. Il modo in cui ciò accade e l’intensità variano di luogo in luogo e, in alcune zone, certi animali sono trattati peggio di altri, per esempio, i cani, le mucche e i delfini vengono considerati in modo molto diverso a seconda della società in cui ci si trova. Una caratteristica che accomuna le società moderne è che la maggior parte di esse discrimina in modo dannoso almeno alcune specie di animali.


La discriminazione specista è così frequente che la gran parte delle persone non la mette nemmeno in discussione, fatta eccezione dei casi in cui il tipo o il grado di discriminazione è realmente insolito. Come risultato, gli umani sfruttano gli animali non umani durante tutta la loro vita, usandoli come risorse. Ciò avviene in molti modi: gli animali non umani vengono consumati come cibo, utilizzati per il vestiario, tormentati e uccisi per divertimento, usati per esperimenti, sfruttati per il lavoro e cresciuti e uccisi in modo da utilizzare le loro parti del corpo come materie prime per i cosmetici e altri prodotti di consumo. In una parola, sono schiavi.


Anche quando non sono sfruttati, essi continuano a essere discriminati perché non vengono presi seriamente in considerazione.2 Gli umani si comportano in modi molto vari con gli animali: alcuni di essi non li rispettano affatto; una minoranza di essi non si preoccupa minimamente di come gli animali vengano trattati, nemmeno quando quest’ultimi vengono torturati inutilmente. Un’ultima, estrema posizione è rappresentata da coloro che si oppongono alle torture sugli animali in modi insoliti o per il semplice divertimento, ma continuano a non preoccuparsi molto della sofferenza inflitta loro, finché gli umani ne traggono beneficio.
Vi sono altri che trattano gli animali con rispetto ma continuano a discriminarli e a trattarli male perché non sono membri della specie umana. Lo stesso concetto possiamo ritrovarlo nei comportamenti razzisti: una persona può non accettare la schiavitù umana ma, allo stesso tempo, essere razzista.3


È opinione comune che solo agli esseri umani possa essere attribuita una completa considerazione morale. Spesso si considera accettabile recare danno a un animale se questo produrrà un beneficio per l’uomo – non importa quanto piccolo esso sia. Sebbene sia considerata una buona azione aiutare gli umani bisognosi, quando un animale non umano ha bisogno di aiuto viene spesso abbandonato al suo destino. Ciò si verifica soprattutto quando tali animali vivono in natura.


Una persona non dovrebbe odiare o desiderare il male di qualcuno solo per poterlo discriminare e non è nemmeno necessario avere un’indole crudele.4 La discriminazione verso gli animali non umani non è altro che un modo per non dare importanza alla loro sofferenza o ai loro piaceri derivanti dal nostro comportamento, mentre accadrebbe l’opposto se a essere discriminati fossero gli umani. Inoltre, alcuni animali non subiscono discriminazioni rispetto agli umani, quanto piuttosto rispetto ad altri animali non umani: si può avere più rispetto per un cane che per un maiale, o per i mammiferi rispetto agli altri animali, anche in situazioni in cui l’animale meno rispettato ne viene danneggiato. Per esempio, si può rifiutare l’uso di cani e gatti per scopi alimentari (pratica accettabile in alcuni paesi) ma si accetta il consumo di polli e pesci.5 Anche questa è una forma di discriminazione specista, dato che tutti gli animali hanno interesse a non essere danneggiati, senza considerare la specie alla quale appartengono.


Una forma comune di specismo che spesso passa inosservata è la discriminazione verso i piccoli animali. In generale, abbiamo una predisposizione psicologica a preoccuparci meno dei piccoli animali. Molte persone ritengono che un cavallo sia più degno di considerazione rispetto, per esempio, a un topo, semplicemente per via della sua taglia.6 Abbiamo la tendenza a pensare che gli animali più piccoli siano meno consci, quando non è necessariamente così.




Si può giustificare lo specismo?




In questi giorni, il razzismo e il sessismo sono posizioni che continuano a riscuotere consensi. Tuttavia, molti le rifiutano considerandole discriminazione. La domanda è: come possiamo opporci al razzismo e al sessismo e accettare lo specismo?7


Nessuna delle ragioni elencate a difesa dello specismo riesce realmente a giustificarlo. A volte si ritiene che si possano discriminare gli animali non umani solo perché non sono umani, ciononostante stiamo unicamente parlando di una circostanza biologica, come il fatto di essere nati con un sesso piuttosto che l’altro, o con un certo colore della pelle piuttosto che un altro. È una questione totalmente casuale e non può giustificare la discriminazione. A volte si sente dire che gli umani hanno più simpatia per i loro simili che per gli animali non umani; ma anche questa non è una ragione che giustifica la discriminazione verso questi ultimi. Le persone xenofobe e razziste provano più simpatia per certe persone che per altre, ma questo non giustifica il loro atteggiamento.


Altre sostengono che si possono discriminare gli altri animali perché la loro intelligenza non è al pari di quella umana, ma ciò non tiene conto del fatto che gli umani non hanno tutti lo stesso tipo o livello d’intelligenza. I bambini e i disabili mentali, per esempio, non possiedono ciò che siamo soliti definire “intelligenza umana”. Fortunatamente, la maggior parte delle persone è contraria alla discriminazione verso gli umani per questi motivi, ma se l’intelligenza non può essere una ragione valida per giustificare il fatto che alcuni umani vengono trattati in modo diverso da altri, non può nemmeno essere una ragione valida per giustificare che alcuni animali non umani vengono trattati peggio degli esseri umani.


Quando si parla di rispetto verso gli altri, ciò che dovremmo considerare è la loro capacità di avere esperienze positive e negative, come il piacere, la soddisfazione e la sofferenza. Pertanto, se gli animali non umani possono sperimentare sofferenza e piacere dovremmo rispettarli e tentare di non recar loro danno. Negare loro il rispetto perché non appartengono alla nostra specie, oppure perché non hanno un’intelligenza simile alla nostra, è discriminazione. Se fossimo realmente imparziali dovremmo rifiutare qualunque tipo di discriminazione, anche quella di specie.


Perché la stragrande maggioranza degli umani continua a ignorare o difendere la discriminazione verso gli animali non umani? Il motivo è semplice. In primo luogo, fin da piccoli ci viene fatto credere che gli animali delle altre specie sono esseri inferiori che non necessitano di molta considerazione. In secondo luogo, noi otteniamo un beneficio dallo sfruttamento degli animali non umani, in particolare dal consumo delle loro carni e dei liquidi da loro prodotti. Per questo abbiamo pochi motivi per mettere in discussione queste credenze. Il nostro modo di pensare fa sì che diventi accettabile sfruttare gli altri animali e i benefici che ne derivano motivano le nostre credenze. È conveniente accettare l’insegnamento che gli altri animali sono inferiori e, soprattutto, accettare che quest’affermazione sia qualcosa di “ovvio”, ma un simile punto di vista non si può giustificare.


Ai link seguenti si possono trovare ulteriori dettagli circa le tesi contro lo specismo, brevemente introdotte in questo estratto.


Argomentazioni per la sovrapposizione delle specie.




Come mostrato dalla sezione sulle tesi contro lo specismo sono diversi i modi in cui si sostiene di non dover dare considerazione agli animali non umani. Uno di questi afferma che non dobbiamo rispettare totalmente gli animali non umani perché essi non hanno determinate capacità; dove per capacità si intendono quelle intellettuali o collegate a esse, come l’uso del linguaggio e la capacità di assumersi responsabilità.1


Un altro modo di giustificare la poca importanza attribuita agli animali non umani è l’idea secondo cui gli umani dovrebbero rispettare gli altri umani perché tra loro possono instaurare relazioni speciali che non possono sorgere con gli animali. Le relazioni tra umani e animali, se del caso, sono comunque differenti rispetto a quelle tra umani; per esempio, si ritiene che gli umani amino gli altri umani o provino simpatia o solidarietà l’uno nei confronti dell’altro, ma che non abbiano simili rapporti con gli altri animali e pertanto possono discriminarli. In altri casi, si sostiene che si creino quelle che vengono definite relazioni di potere. Una relazione di potere si ha quando gli umani sono più forti degli animali non umani e quindi possono trascurarli a loro piacimento, mentre rispettano gli altri umani perché hanno simili livelli di potere.2


La tesi relativa alla sovrapposizione della specie dimostra che tutte queste affermazioni non riescono a dimostrare che gli umani sono più degni di rispetto degli animali e suggerisce di rifiutare una tale ipotesi.3


Il presupposto e le conclusioni delineate da queste affermazioni possono essere riassunte come segue:

  1. È giustificabile negare una totale considerazione morale a quei soggetti che mancano di certe capacità intellettuali o di speciali relazioni con gli altri.
  2. Non tutti gli umani possiedono capacità intellettuali o relazioni speciali con gli altri.
  3. È giustificabile negare una totale considerazione morale a quegli umani che mancano di certe capacità intellettuali o di speciali relazioni con gli altri.

Se si considerano valide le prime due premesse, ossia la (1) e la (2), allora anche la numero (3), che ne rappresenta la conclusione, va accettata. Infatti, il punto 3 è la logica conseguenza dei punti 1 e 2; la conclusione di questo argomento è inevitabile.


È inoltre necessario notare che la seconda premessa di questo argomento è indiscutibile: è semplicemente un dato di fatto che vi siano umani che non possiedono determinate capacità intellettuali; anche se la maggior parte degli umani le possiede, resta il fatto che alcuni possono non averle. Allo stesso modo, alcuni umani hanno dei rapporti speciali, come quelli d’amore o solidarietà, mentre altri non ne hanno, come nel caso, per esempio, di molti orfani e persone anziane. Se i rapporti in questione sono rapporti di potere, alcune persone si ritrovano a essere schiavizzate.


Tutto ciò implica che vi sia un solo modo in cui si possa evitare la conclusione di cui si è parlato sopra: mettere da parte la prima premessa, ossia rifiutare la teoria per cui è giustificato dare meno considerazione agli interessi di coloro che non possiedono certe capacità o che non hanno certe relazioni speciali con gli altri. Tuttavia questo, ovviamente, significherebbe non poter più utilizzare questo argomento per discriminare gli animali non umani.


L’argomento mostra che se un soggetto tenta di difendere la posizione che gli umani vanno favori rispetto agli altri animali, non può farlo affermando che gli umani sono i soli che soddisfano certe condizioni, quanto meno se la soddisfazione di dette condizioni è qualcosa che si può verificare.


Naturalmente, i difensori dell’antropocentrismo potrebbero voler continuare a difendere questa posizione affermando che solo gli umani possono soddisfare certi requisiti in modi non accertabili, ma questo punto di vista può essere confutato dall’argomento contro la petitio principii.


Tutto ciò implica il dover prendere una decisione: accettare che coloro che non possiedono le capacità e i rapporti sopra citati debbano essere trascurati o debbano godere di minor considerazione, arrivando ad attribuire un parziale rispetto ai non umani e ad alcuni umani, oppure rifiutare il tutto e affermare che, per poter essere totalmente rispettato, un soggetto debba semplicemente avere interessi e, quindi, essere un soggetto senziente.


L’argomento suggerisce anche che avere capacità intellettuali o relazioni speciali non sia una condizione accettabile come base per ottenere rispetto. Infatti, non si tratta di requisiti importanti, come anche l’argomento di rilevanza mostra.


La tesi relativa alla sovrapposizione delle specie è stata spesso definita anche come “l’argomento dei casi marginali”.4 Tuttavia, questa denominazione può risultare fuorviante e fortemente approssimativa (non ci sorprende che il termine sia stato coniato da un sostenitore dello specismo).5 Il nome suggerisce che i casi in cui gli umani non riescono a soddisfare i sopra citati criteri siano marginali, ma in realtà non lo sono. Quegli umani che non possiedono le suddette capacità o relazioni sono pur sempre completamente umani e non umani per metà, come suggerisce il termine “marginale”. Sono molti gli umani che appartengono a questa categoria, ma i loro casi non possono dirsi marginali; è molto più sensato sottolineare che vi è una sovrapposizione tra le varie specie per quanto riguarda il modo in cui queste soddisfano certi requisiti, spesso dati per scontati. Pertanto, non è lecito affermare che tali requisiti sono soddisfatti da tutti i membri di una data specie (per esempio quella umana) e solo da essi.




Le differenze tra gli esseri umani.




Un argomento correlato a quello appena trattato riguarda le differenze tra gli esseri umani. Tale argomento sostiene che, se le capacità intellettuali sono importanti per godere di rispetto, allora bisogna accettare che la somma del rispetto ricevuto dagli individui dipende dalle loro capacità intellettuali.


Ciò stabilito, quindi, ci troviamo a concludere che vi sono umani che godono di maggior rispetto di altri e che nessuno viene rispettato allo stesso modo. Alcuni esseri umani meritano molto meno rispetto di certi animali non umani (tesi sostenuta anche dall’argomento per la sovrapposizione delle specie).


Così, quelli con abilità eccezionali godranno di una considerazione molto maggiore rispetto agli altri. Ciò significa che gli interessi di persone come Leonardo da Vinci,m Newton, Einstein e Aristotele meritano molta più attenzione e rispetto di altri esseri umani, ma questa posizione elitaria non è facile da accettare.


Inoltre, quando osserviamo la cosa su scala più piccola vediamo che, se si verifica un conflitto d’interessi tra due esseri umani e uno di essi possiede capacità cognitive superiori, allora gli interessi di quest’ultimo prevarranno. Possiamo quindi presentare l’argomento come segue:

  1. 1. È lecito trattare chi possiede capacità intellettuali superiori in modo migliore rispetto a che possiede capacità intellettuali inferiori.
  2. 2. Gli esseri umani hanno capacità intellettuali diverse.
  3. 3. Gli esseri umani con capacità intellettuali superiori andrebbero trattati meglio di quelli con capacità intellettuali inferiori.
  4. 3’. Gli esseri umani con capacità intellettuali inferiori andrebbero trattati peggio di quelli con capacità intellettuali superiori.

Tutto ciò va contro i valori che la maggior parte di noi possiede. La grande maggioranza delle persone crede che tutti gli esseri umani debbano essere rispettati in egual modo, ma come abbiamo visto, si tratta di qualcosa che non si può accettare se riteniamo che sia corretto discriminare gli animali non umani perché non possiedono determinate capacità intellettuali.


La stessa argomentazione può essere utilizzata se, invece di parlare di capacità intellettuali, asseriamo che gli animali non umani non vanno rispettati perché mancano di altre capacità (come la capacità di parlare, o rispettare gli altri) in quanto per ogni capacità ci sarà sempre qualcuno che la possiede in modo superiore e qualcun altro che la possiede in modo inferiore o, addirittura, che non la possiede affatto.


Pertanto, in definitiva, coloro che ritengono legittimo trattare gli animali non umani in maniera sfavorevole sulla base delle loro capacità non possono difendere la tesi del trattamento equo tra tutti gli esseri umani. La prospettiva si fa alquanto difficile da accettare, almeno per la maggioranza delle persone, e ciò suggerisce che dovremmo modificare il nostro modo di pensare e rifiutare quelle tesi che negano la piena considerazione morale agli animali non umani.





L’argomento di rilevanza.




Vi sono persone che sostengono che per essere totalmente rispettati bisogna appartenere alla specie umana e coloro che rifiutano una totale considerazione morale degli animali non umani a volte continuano ad avere un punto di vista ambientalista che attribuisce valore a qualcosa di diverso rispetto al benessere degli individui, come la conservazione di particolari ecosistemi o specie.


L’argomento di rilevanza mostra come nessuna delle affermazioni fatte è corretta. In breve, sostiene che quando si parla di rispetto verso qualcuno, ciò che dovremmo prendere in considerazione è il modo in cui l’individuo può essere positivamente o negativamente influenzato dalle nostre azioni o omissioni, piuttosto che da altre condizioni o circostanze e che, per avere esperienze positive o negative bisogna solo essere senzienti. In realtà, caratteristiche e circostanze diverse dalla senzienza non contano. Vediamo più nel dettaglio le specificità di questo argomento. L’argomento può essere distinto in due parti.


Innanzitutto dovremmo considerare come noi possiamo produrre benefici o danni agli altri.


Considerare moralmente un individuo, ossia rispettarlo, significa tener conto dei suoi interessi nel momento in cui dobbiamo decidere come comportarci e cercare di fare ciò che è meglio per lui. Ma cosa dobbiamo considerare esattamente? È semplicemente il modo in cui le nostre azioni o omissioni possono influire su di esso. Per esempio, non ci chiediamo se si debba tener conto degli interessi di qualcuno che vive in un paese straniero, se stiamo decidendo se leggere un libro piuttosto che un altro, perché questa decisione non influenzerà affatto quella persona. Allo stesso tempo invece, ci poniamo il problema nel momento in cui siamo in una situazione in cui potremmo causare sofferenze a questo individuo tramite le nostre azioni e quindi evitiamo di farlo proprio per questo. Quanto sopra può verificarsi, per esempio, se ci rifiutiamo di mangiare carne perché sappiamo che per quella carne un animale è stato ucciso. Inoltre, stiamo considerando gli interessi di un individuo anche quando sappiamo che l’assenza di una nostra azione potrebbe causare sofferenze e quindi agiamo per risparmiare sofferenza all’individuo. Questo è ciò che normalmente accade quando aiutiamo qualcuno, come se salviamo qualcuno che sta annegando.


In realtà, per essere precisi, ciò che facciamo in questi casi va a determinare il modo in cui le nostre azioni e omissioni possono influire positivamente o negativamente sugli altri; in altre parole, consideriamo come possiamo essere fonte di beneficio per gli altri, oppure di sofferenza.


Coloro che difendono lo specismo spesso affermano che i soggetti da difendere sono soltanto gli esseri umani, per il semplice fatto che sono umani,1 oppure perché gli umani vanno privilegiati per i più svariati motivi, non connessi alla loro predisposizione a essere lesi o beneficiati, come, per esempio, quando si dice che chi detiene il potere va rispettato.2


Ciononostante, l’argomento di rilevanza mostra ciò che avviene qualora riteniamo che le nostre decisioni morali debbano basarsi su fattori rilevanti. Perciò, se quello cui siamo interessati è come un individuo può essere beneficiato o leso, gli individui oggetto delle nostre attenzioni dovrebbero essere quelli che possono essere beneficiati o danneggiati. Se accettiamo tale ipotesi, dovremo rifiutare le condizioni di cui sopra, come l’appartenenza alla specie o l’avere il potere, in quanto condizioni da soddisfare per poter essere rispettati. Invece, noi difenderemo la posizione secondo cui coloro che dovrebbero essere rispettati sono quelli che possono sperimentare la sofferenza e il benessere.


L’argomento può essere distinto in due parti. Questa è la prima parte che può essere riassunta nei seguenti quattro punti:

  1. è necessario prendere decisioni in base a ciò che conta a livello degli effetti che si produrranno.
  2. quando rispettiamo qualcuno, consideriamo come le nostre decisioni possono ledere o dare beneficio e facciamo in modo che la seconda prevalga sulla prima.
  3. ciò che conta per chi è leso o ottiene beneficio è la sua capacità di trarre beneficio o essere leso.
  4. è necessario rispettare coloro che possono ottenere benefici o essere lesi.

Al fine di trarre beneficio o essere danneggiato un individuo deve essere senziente


Una volta stabilito che è necessario considerare coloro che possono essere danneggiati o beneficiati, il passo successivo è evidente: dobbiamo scoprire qual è la caratteristica o la circostanza che fa sì che un individuo possa essere danneggiato o tragga beneficio.


Molti sostenitori dello specismo ritengono che vadano rispettati coloro che hanno certe capacità intellettuali complesse,3 o coloro che hanno certi speciali rapporti di solidarietà con gli altri.4 Ma nessuna di queste due condizioni fa sì che un soggetto possa essere leso o tragga beneficio. Esse stabiliscono semplicemente alcuni modi in cui un individuo può essere danneggiato o trarre beneficio. Se un soggetto ha determinate capacità intellettuali può essere danneggiato in certi modi, per esempio un soggetto può essere spaventato in situazioni in cui altri soggetti, senza le stesse capacità, non soffrirebbero perché non comprenderebbero il motivo di quella paura. Oppure, se un soggetto ha certi rapporti può essere leso in modi diversi- come, per esempio, se un suo amico viene ucciso. Esistono comunque altri modi in cui un individuo può essere danneggiato anche se non possiede particolari capacità o rapporti. Il discorso non varia se al posto del danneggiamento consideriamo i benefici. Le nostre particolari circostanze o abilità cognitive possono influire su alcuni dei modi in cui possiamo essere danneggiati o traiamo beneficio, ma esse non sono il primo fattore che stabilisce se possiamo essere influenzati positivamente o negativamente.


Questo mostra come le condizioni basate sulle capacità cognitive o sui rapporti non sono rilevanti nel decidere se rispettare o meno qualcuno. Non sono rilevanti perché non sono le condizioni di cui un soggetto ha bisogno al fine di trarre beneficio o essere danneggiato.


Pertanto, qual è la condizione necessaria e sufficiente? Per rispondere a questa domanda possiamo pensare a ciò che rende la nostra vita positiva o negativa. Nel corso della vita possono accaderci fatti positivi o negativi, come i momenti di gioia e quelli di sofferenza; per poterli sperimentare dobbiamo soltanto avere la capacità di provare sofferenza o piacere, e non è solo il semplice fatto che siamo vivi a far sì che siamo in grado di vivere tali esperienze. Supponiamo di trovarci in uno stato d’incoscienza irreversibile ma di essere ancora in vita. Tutto ciò che ci accade ci passa inosservato, quindi è irrilevante per noi l’essere ancora in vita. Se non possiamo sperimentare esperienze positive o negative è come se esse non ci fossero mai capitate. Per tutto ciò che di buono o cattivo ci accade dobbiamo essere senzienti e questo significa che dobbiamo avere esperienze, che a loro volta possono essere positive o negative.


Un individuo può essere senziente in molti modi diversi; le esperienze vissute da delfini, tartarughe e umani possono essere completamente diverse e, nonostante questo, avere in comune la possibilità di essere positive o negative per l’individuo che le sperimenta. Tuttavia, un oggetto, come può esserlo un masso, che non è cosciente e quindi non è senziente, non può avere un’esistenza in cui si verificano fatti positivi o negativi. È per questo motivo che, per riuscire a essere danneggiati o a trarre beneficio, un individuo deve essere senziente.


Quindi, la seconda parte dell’argomento si può presentare come segue:

  1. è necessario rispettare coloro che possono ottenere benefici o essere lesi.
  2. gli esseri senzienti sono i soli a poter trarre beneficio o essere danneggiati.
  3. bisogna rispettare gli esseri senzienti.

Il tutto può essere riassunto in modo molto semplice: rispettare qualcuno significa prendere in considerazione il suo benessere e, per poterlo prendere in considerazione, è fondamentale che l’individuo sia senziente. Ogni altra condizione risulta irrilevante per comprendere se il benessere di qualcuno debba essere considerato. Le altre condizioni possono essere importanti per qualcos’altro (per esempio, avere certe capacità intellettuali è certamente rilevante ai fini dell’ammissione all’università), ma risultano insignificanti se ciò di cui si sta trattando è il benessere.


Naturalmente potremmo rifiutare la tesi secondo cui va preso in considerazione solo ciò che è rilevante e potremmo, in alternativa, scegliere di porre alla base delle nostre decisioni dei fattori irrilevanti; anche se tutto ciò sembra alquanto inaccettabile. Supponiamo, per esempio, che le patenti di guida vengano date a coloro che sono disoccupati e che le indennità di disoccupazione vengano concesse a chi può guidare. Si tratterebbe di una situazione assurda in quanto tale decisione si baserebbe su fattori irrilevanti. Lo stesso accade quando, invece di accettare la senzienza come criterio per il rispetto, vengono accettati altri criteri, come le capacità intellettuali o i rapporti di solidarietà.





L’argomento di imparzialità.




L’argomento di imparzialità afferma che lo specismo è incompatibile con il concetto di equità. Questa tesi si pone contro ogni genere di posizione per cui è giustificato trattare gli esseri umani in modo migliore rispetto agli animali non umani e ritiene che avere una simile posizione voglia dire essere discriminatorio.1


L’argomento mostra come le tre idee che seguono non possano sussistere contemporaneamente:

  1. Una decisione può essere corretta solo se presa in modo imparziale.
  2. Se fossimo noi a essere discriminati rispetto agli animali non umani, lo troveremmo inaccettabile.
  3. La discriminazione nei confronti degli animali non umani è accettabile.

È molto difficile rifiutare la prima affermazione; le conseguenze sarebbero enormi in quanto si violerebbe ciò che la maggior parte delle persone considera un concetto basilare di etica e giustizia.


Anche la seconda affermazione è difficile da negare. Può verificarsi il caso in cui qualcuno, con l’intento di negare l’importanza di rispettare gli animali non umani, difenderebbe la tesi per cui se noi ci trovassimo al loro posto, non dovremmo essere rispettati, ma è davvero arduo da credere. In tutta onestà, è difficile respingere l’idea che non vorremmo che gli altri si comportassero con noi nel modo in cui gli esseri umani normalmente si comportano nei confronti degli animali non umani (per esempio, sfruttandoli o rifiutando loro l’aiuto).


Se si considerano valide le prime due affermazioni, allora non si può sostenere la terza: non si può dire che la discriminazione verso gli animali non umani sia accettabile, perché cadremmo nella contraddizione tra ciò che riteniamo equo in alcuni casi e ciò che riteniamo equo in altri (dove l’unica discriminante è il soggetto discriminato, noi o loro).


Ciononostante, molte persone continuano a sostenere tutte e tre le posizioni. Per tentare di evitare la contraddizione, alcuni sostengono che vi siano ragioni per cui loro non debbano essere trattati come gli animali, se si trovassero nella loro situazione. Per esempio, sostengono di dover essere rispettati perché appartengono alla specie umana, oppure perché hanno certe capacità che gli altri animali non possiedono.


Tuttavia una simile risposta non è valida. Un soggetto che realmente voglia mettersi nei panni di un altro non solleverebbe quest’obiezione.
Un altro modo di esaminare la cosa è immaginare una situazione ipotetica che ci consenta di pensare a ciò che è giusto: immaginiamo di sapere di essere in procinto di venire al mondo ma non conosciamo il luogo che occuperemo. Supponiamo di non sapere a quale sesso o specie apparterremo, quali saranno le nostre capacità intellettuali, ecc… E supponiamo di avere la capacità di decidere, in questo stadio, quali principi morali e politici del mondo incarnare.2


Questo scenario immaginario è utile a comprendere la situazione, perché ha a che fare con l’equità delle condizioni. In questo caso, inoltre, se agiamo in base a come potremmo essere colpiti dalla situazione, ci troviamo a difendere la posizione per cui nessuno dovrebbe essere discriminato; ci opporremmo a ogni forma di discriminazione contro di noi dovuta alla mancanza di determinate capacità e rifiuteremmo l’idea che qualcuno debba ricevere maggiori benefici di altri solo perché appartiene a un particolare gruppo.


L’appartenenza a un gruppo è soltanto una mera questione di opportunità (è per questo che, come spiegato nella sezione relativa alla petitio principii, difendere lo specismo su basi così arbitrarie non ha giustificazione.) Se i sostenitori dello specismo appartenessero a un’altra specie, sarebbero sottoposti alle stesse sofferenze subite attualmente dagli animali.


Perciò, nella situazione sopra descritta, se realmente fossimo stati imparziali, la possibilità che fossimo nati come un animale non umano avrebbe significato per noi scegliere una situazione in cui gli interessi degli animali non umani sarebbero stati adeguatamente tutelati.3


In breve, quanto fin qui affermato dimostra che, se si considera la questione con imparzialità, non si può accettare di trattare gli umani in modo migliore rispetto ai non umani. Perciò la posizione di chi sostiene che gli animali non umani vanno trattati con meno riguardo rispetto agli umani è iniqua e rappresenta una forma di discriminazione.
La gran parte di noi ritiene che i casi in cui qualcun altro trae beneficio dal nostro essere lesi, attraverso un comportamento ingiusto, sia inaccettabile. Essere imparziale significa che, nel caso inverso, non accetteremmo di trarre beneficio da una situazione che lede un altro essere attraverso un comportamento ingiusto. In definitiva, siamo chiamati a decidere tra coerenza e discriminazione, senza tralasciare l’argomento specismo. Se continuiamo a discriminare gli animali non umani, non teniamo più un comportamento equo e coerente e, di conseguenza, moralmente accettabile.





Teorie etiche e animali non umani.




L’etica è una riflessione critica sul come si dovrebbe agire e perché. L’etica degli animali è l’ambito che ha a che fare con il come e perché vanno considerati gli animali non umani nelle nostre decisioni morali.


Le diverse teorie etiche sono in disaccordo su come agire nelle varie situazioni. Per esempio, secondo certe teorie, è sempre sbagliato raccontare bugie, indipendentemente dalle conseguenze, mentre, secondo altri, mentire o non mentire dipende dalla situazione e dai risultati ottenibili in coloro che subiscono la bugia.


Nonostante le grandi differenze, le più diffuse e accettate teorie etiche si schierano a difesa della considerazione morale degli animali non umani e contro lo specismo (discriminazione degli animali non umani). I ragionamenti che caratterizzano ciascuna teoria variano in quanto ognuna di esse ha il proprio elenco di ragioni per cui bisognerebbe agire in certi modi piuttosto che altri. Tuttavia, i diversi ragionamenti utilizzati da ciascuna di queste teorie giungono tutti alla stessa conclusione: gli interessi degli animali non umani devono essere presi in considerazione e questo perché sono universali e non applicabili soltanto a certe teorie particolari.


Nei testi seguenti si possono trovare approfondimenti su come difendere la considerazione morale degli animali non umani, secondo le principali teorie etiche.


Le teorie di diritto: l’approccio generale


Le teorie di diritto: le diverse posizioni


Utilitarismo


Egualitarismo


Etica della virtù e etica del care


Per saperne di più circa le diverse posizioni etiche in generale, si veda le diverse teorie etiche.





Teorie etiche differenti.




Noi tutti agiamo in un certo modo. I nostri atteggiamenti e le ragioni ultime dietro questi sono ciò che costituisce la nostra morale. Agiamo in funzione di obiettivi che intendiamo raggiungere, come accrescere la felicità (la nostra e quella degli altri), ridurre i danni subiti dagli esseri senzienti, fare del bene ai più bisognosi. Alcuni agiscono anche in base a determinate norme, come ad esempio, non infrangere le promesse, non mentire, ecc.


Nelle diverse società e gruppi sociali esistono di solito supposizioni diverse per quanto riguardo il modo in cui dovremmo vivere. Di conseguenza, le morali variano in base al luogo e al tempo.


Possiamo semplicemente accettare il modo in cui ci è stato detto di vivere da quando siamo nati. Tuttavia, molte persone mettono in discussione questi presupposti e considerano se si debbano accettare senza riflettere le idee morali che ci sono state insegnate. Anche coloro che non hanno un atteggiamento così critico possono eventualmente ritrovarsi ad avere diverse ipotesi morali in conflitto e devono affrontare, in alcuni momenti della loro vita, situazioni in cui devono decidere se agire in un modo o in un altro, perché la loro diverse ipotesi morali sono in conflitto. Ad esempio, possono credere che non si dovrebbe mai infrangere una promessa e che si dovrebbe sempre cercare di aiutare i bisognosi. Se ci trovassimo in una situazione in cui dobbiamo decidere tra aiutare i bisognosi o mantenere una promessa, allora saremmo di fronte a un dilemma morale.


Quando analizziamo a fondo questo dilemma riflettiamo sulla nostra situazione morale e chiamiamo questa riflessione “etica”. L’etica è diversa dalla morale. La morale, come detto prima, sono i nostri atti e le ragioni ultime dietro questi. L’etica è la riflessione critica sulla morale. Lo scopo del pensiero etico è quello di rilevare le contraddizioni tra le diverse istanze morali e di proporre cosa fare di queste. Per esempio, se affermiamo che dovremmo rispettare tutti coloro che possono soffrire e che possiamo sfruttare le donne o gli animali non umani, allora ci troviamo di fronte a una contraddizione che dobbiamo cercare di risolvere .


Approcci etici generali


In linea con quanto detto nel paragrafo precedente, l’etica è l’analisi dei motivi per cui dovremmo agire in un certo modo piuttosto che in altri. Esistono molte teorie etiche differenti, che si differenziano a seconda del modo in cui esse ci impongono di agire e sulle discussioni in base a questo. Le teorie etiche più accettate sono descritte di seguito.




Consequenzialismo.




Teorie consequenzialiste affermano che ci sono cose, azioni, stati di cose, ecc. che sono giusti, o migliori di altri, e sostengono che si debba agire in modo tale che queste cose accadano. Secondo questi punti di vista, si deve agire per arrivare ad avere situazioni migliori. Per esempio, possiamo pensare che ciò che è migliore sia un mondo in cui esista tanta felicità e uguaglianza quanto possibile. Quindi, pensiamo che il modo migliore di agire sia quello di creare un mondo con più felicità e uguaglianza.




Deontologia.




Dentologia sostiene che esistono alcune azioni che sono proibite e altre che sono necessarie, non importa cosa ne consegue. Quindi, supponiamo che dicendo una bugia ci si possa garantire che non vengano raccontate più bugie. Secondo tali punti di vista non dovremmo dire che quella bugia, perché raccontare bugie sarebbero vietato.




Etica della virtù.




Etica della virtù che ciò che più conta non sono le azioni concrete che dovremmo o non dovremmo svolgere, ma, piuttosto, che sviluppiamo quella che considerano essere un carattere morale buono o virtuoso. Questi punti di vista sostengono che, al fine di sapere come agire, non dovremmo chiederci quali potrebbero essere i migliori risultati delle nostre azioni, né quali azioni sono necessarie o vietate, bensì in quale modo qualcuno virtuoso agirebbe. In pratica, però, questo punto di vista può stabilire solo le stesse linee d’azione come fanno le due precedenti teorie.


Teorie etiche differenti


Secondo utilitarismo, i risultati migliori sono quelli in cui la somma del benessere o della felicità di ogni individuo è massimizzata. In altre parole, se il benessere positivo o negativo di tutti gli individui potesse essere sommato, quel totale è quello che dovrebbe essere massimizzato. Questo è un punto di vista utilitario.


Secondo egualitarismo, un risultato sarà migliore di un altro, se la situazione per coloro che sono nella posizione peggiore è migliorata. Quindi, anche se la somma totale della felicità non è aumentata, può ancora essere considerato un risultato positivo. Questo punto di vista è sostenuto dagli egualitari.


Altri semplicemente sostengono che una situazione è buona se nessuno è al di sotto di un certo livello di felicità, e brutta (cioè, ha bisogno di miglioramento) se la felicità di tutti è al di sotto di quel livello minimo.


Altri sostengono che le nostre preoccupazioni morali dovrebbero essere in primo luogo determinate non da ciò che è giusto, ma dai nostri rapporti premurosi con gli altri. Secondo alcune opinioni, questo sarebbe un esempio di etica della virtù.


Poi, ci sono molte forme diverse di opinioni deontologiche. Alcune di queste riguardano le azioni che non dovremmo svolgere. Alcune sostengono che non dovremmo uccidere, altre che non dovremmo mentire, altre che non dovremmo infrangere le promesse, ecc. Altre riguardano le azioni che dovremmo svolgere. Alcune sostengono che dovremmo aiutare gli altri a rendere la loro vita migliore, che dovremmo sforzarci di proteggere gli altri dalla sofferenza, o che dovremmo seguire le regole di netiquette, ecc.


Ciò che è giusto secondo una certa teoria potrebbe essere errato secondo un’altra. Alcune teorie potrebbero essere internamente incoerenti e quindi devono essere respinte (come una teoria che richiede di prendere moralmente in considerazione qualsiasi umano e di non prendere moralmente in considerazione chiunque non abbia complesse capacità intellettuali).


Ma anche tra teorie consistenti si trovano disaccordi. Persone diverse hanno opinioni diverse. Potrebbe non esistere un modo per risolvere il disaccordo tra loro in termini precisi. Tuttavia, si può ancora vedere cosa comportano le diverse teorie e quali ragioni possiamo avere per favorire ciascuna di esse.


Anche se le persone hanno diverse intuizioni e preferenze per le opinioni etiche, una caratteristica che le teorie più ampiamente accettate hanno è che esse sostengono la considerazione morale degli animali non umani. Questo si può vedere nella sezione relativa alla posizione di diversi punti di vista etici verso lo specismo e il rispetto per gli animali senzienti.




L’egualitarismo.




L’egualitarismo difende il fatto che una situazione è migliore se la felicità presente in quella situazione è distribuita nel modo più equo possibile. Secondo alcuni egualitari, l’uguaglianza è un bene perché la disuguaglianza è un male in sé o perché è ingiusta. Secondo altri, l’uguaglianza è positiva, e la disuguaglianza negativa, perché dovremmo dare priorità agli interessi dei più bisognosi. Quest’ultimo tipo di egualitarismo è spesso chiamato prioritarianismo, poiché si dà la priorità ad aiutare coloro che sono maggiormente in difficoltà.


Quindi, secondo l’egualitarismo, è meglio se ognuno vive a un livello soddisfacente di felicità, piuttosto che se alcuni godono di condizioni divine mentre altri sono in una situazione molto brutta. Ciò che conta nell’egualitarismo non è solo che la quantità di felicità sia la più alta possibile, ma anche che la felicità sia vissuta, e la sofferenza non vissuta, dalla più grande porzione di popolazione possibile.


L’egualitarismo è stato criticato come segue. La maggior parte di noi sarebbe d’accordo che aumentare l’uguaglianza diminuendo notevolmente la felicità (compresa la felicità di coloro che stanno peggio) non sarebbe etico. L’affermazione, allora, potrebbe essere che l’uguaglianza non è poi tanto importante, e che solo la somma della felicità lo è.


Tuttavia, gli egualitari rifiutano questa affermazione perché non si interessano solo di uguaglianza, ma si preoccupano anche di felicità. Pertanto, essi possono concordare che, in una situazione come quella descritta sopra, non varrebbe la pena di ridurre la felicità di tutti al fine di avere una minore disuguaglianza. Ma, a differenza di alcuni altri, come gli utilitaristi o i teorici del diritto, hanno a cuore anche l’uguaglianza. Così, contro gli utilitaristi, essi sostengono che diminuire la felicità totale valga la pena qualora questo comporti un aumento significativo della felicità di quelli che stanno peggio. E, contro i teorici del diritto, essi sostengono che nessun diritto dovrebbe essere rispettato se proibisce di fare questo.Dal momento che l’egualitarismo si occupa di uguaglianza, esso si oppone a ogni visione che difende la discriminazione contro gli esseri le cui vite possono essere belle o brutte. L’egualitarismo comporta pertanto che gli interessi degli animali non umani devono essere presi in considerazione, come autori tra cui  Ingmar Persson,1 Peter Vallentyne,2 Nils Holtug,3 e prima di loro il pioniere del XIX secolo Lewis Gompertz4 hanno sottolineato. L’egualitarismo ha conseguenze importanti per gli animali non umani, perché innumerevoli miliardi di loro vengono sottoposti ogni anno a discriminazioni e abbandono, il che implica che essi stanno peggio rispetto alla maggior parte degli umani.Anche altre teorie difendono gli animali non umani dai danni che subiscono, perché sostengono che non è legittimo causare loro del male o non aiutarli quando ne hanno bisogno. L’egualitarismo accetta ciò, ma afferma che ci sono ragioni supplementari per avere cura degli interessi degli animali non umani. Questo perché attualmente la maggior parte degli esseri umani gode di molta più felicità rispetto agli animali non umani. A dire il vero, alcuni esseri umani soffrono terribilmente. Tuttavia, se consideriamo le maggioranze, la situazione degli animali non umani è chiaramente peggiore di quella degli esseri umani. Quelli che vengono utilizzati come risorse dagli esseri umani vanno incontro a destini terribili. Miliardi di animali vengono sfruttati in aziende agricole in cui soffrono terribilmente per tutta la loro vita. Inoltre, la loro vita è molto breve. Vengono uccisi alla prima




Contrattualismo.




Secondo il contrattualismo, i principi morali e politici che dovremmo seguire sono quelli che avremmo accettato in un ipotetico contratto. I sostenitori di tale teoria spesso presentano l’esempio di una società in cui non è stato ancora individuato né ovviamente adottato nessun principio morale o politico e affermano che l’individuo accetterebbe quegli stessi principi che accetterebbe nella realtà.


Ad esempio, nel XVII secolo, Thomas Hobbes sosteneva che senza un governo politico, vivremmo in uno stato di natura in cui le nostre vite sarebbero continuamente in pericolo. Secondo il filosofo, in una situazione del genere, saremmo inclini ad adottare un sistema politico in grado di fornirci protezione.1 Nell’ambito di tale modello, gli agenti razionali sarebbero portati a creare un sistema politico grazie a un ipotetico contratto, al fine di non danneggiarsi a vicenda. Si tratta, pertanto, di una questione di potere: poiché gli agenti razionali sono in grado di distruggersi a vicenda, decidono di rinunciare a tale potere a favore della sicurezza.


Tuttavia, al giorno d’oggi, i sostenitori di tale teoria hanno un approccio differente. Come Hobbes, essi sostengono che il contratto sociale sia un dispositivo per vagliare quali norme legittime adottare, ma non concordano con il filosofo in merito alla legittimità. Infatti, secondo il contrattualismo moderno, le norme sono legittime solo se accettate in una situazione in cui la questione è stata vagliata in maniera equa e imparziale. Ad esempio, John Rawls ci invita a immaginare una situazione in cui ci venga chiesto di scegliere le norme della società in cui vivremo ignorando completamente quale sarà il nostro ruolo all’interno di essa, la nostra costituzione fisica, la nostra etnia, e così via. Si suppone che, in una situazione del genere, le norme che accetteremo siano legittime, poiché la questione è stata vagliata con imparzialità.2 Thomas Scanlon sosteneva che dovremmo agire solo secondo quei principi che nessuno potrebbe ragionevolmente rifiutare.3


Per alcuni sostenitori del contrattualismo come Peter Carruthers, è implicito che solo coloro dotati di raziocinio (che è necessario per concepire se stessi come parte di un contratto) possono beneficiare di tale accordo e, pertanto, solo gli agenti razionali sarebbero protetti dal contrattualismo.4 Tuttavia, ciò non è automaticamente previsto nel contrattualismo. Coloro che fanno parte di un contratto possono decidere di proteggere anche gli altri. In precedenza, abbiamo visto che esistono ottimi motivi per farlo nel caso di animali non umani. Inoltre, potremmo accettare una posizione come quella di Carruthers solo se sottoscrivessimo un contratto sociale che non prevede l’equità simile a quello proposto da Hobbes. Tuttavia, se sostenessimo l’approccio teorizzato dai contrattualisti contemporanei, non potremmo accettare una posizione in cui solo gli agenti razionali, o solo i potenti, vengono protetti, ma dovremmo esaminare in condizioni imparziali se un principio è accettabile o meno. Se adottassimo una visione imparziale, ignorando quale sia la nostra situazione, allora il suddetto principio sarebbe legittimo.


È arbitrario pensare che un punto di vista imparziale si applichi solo agli esseri umani. La vera imparzialità ci impone di considerare che cosa accadrebbe a tutti gli esseri senzienti (e coscienti). Pertanto, se non sapessimo che tipo di essere senziente fossimo (per esempio, un uomo o una mucca) certamente rifiuteremmo la discriminazione specista che attualmente interessa gli animali non umani. Tale teoria è stata avanzata negli anni ’70 da Donald VanDeVeer5 ed è stata ripresa in particolare dal teorico contrattualista Mark Rowlands.6


Quindi possiamo concludere che il contrattualismo contemporaneo, come altre teorie etiche, è incompatibile con l’esclusione morale degli animali non umani ed è in contrasto con lo specismo. Come abbiamo visto nel caso di Peter Carruthers, alcune posizioni speciste sono state difese appellandosi al contrattualismo. I contrattualisti, tuttavia, non sono tenuti ad accettare tali opinioni, che rimandano a una visione superata di tale teoria (come quella avanzata da Hobbes) che al giorno d’oggi viene generalmente giudicata inaccettabile.




Etica della virtù.




L’etica della virtù nella filosofia morale difende l’idea secondo cui, nel decidere come vivere, dovremmo considerare non tanto cosa renderebbe il mondo un posto migliore, o quali norme dovremmo rispettare, ma piuttosto quale genere di agente morale vogliamo essere. L’etica della virtù si concentra sul carattere morale e sostiene che l’etica riguarda il tipo di persone che siamo e non ciò che facciamo.


Per questo motivo l’etica della virtù, a differenza di altre visioni etiche, non ci fornisce una guida su come procedere: non ci dice che dobbiamo accrescere la felicità nel mondo o difendere l’uguaglianza o evitare omicidi. Ci dice piuttosto, di sviluppare un solido carattere morale. Secondo gli studiosi di etica della virtù, quando si ha un carattere virtuoso, si agisce correttamente.


A causa del modo in cui l’etica della virtù concepisce il pensiero etico è difficile comprendere come potremmo sostenere un punto di vista specista che sia in linea con esso. Ciò nonostante, alcuni potrebbero pensare che sia possibile ipotizzare una visione dell’etica della virtù in linea con lo specismo. Considerando ciò, dobbiamo innanzitutto notare che nel nostro rapporto con gli animali non umani ci troviamo in una posizione di vantaggio: abbiamo più potere. Questa relazione di potere potrebbe condurci a trarre beneficio da una situazione in cui gli animali vengono danneggiati, o semplicemente a essere indifferenti difronte alla loro sofferenza, causata loro da noi stessi, dagli altri, o da circostanze naturali. Tuttavia, un simile atteggiamento, propriamente descrivibile come offensivo o insensibile, può difficilmente essere considerato una caratteristica che identifica un carattere virtuoso.


Quando si parla di etica si potrebbe affermare che, dato che molte persone accettano lo specismo, è molto difficile assume una posizione antispecista. Eppure, coloro che difendono la visione dell’etica della virtù possono rifiutare tale tesi, come hanno fatto Daniel Dombrowski1 and Nathan Nobis,2 perché agire in modo virtuoso è qualcosa che dovremmo fare indipendentemente dal fatto che il contesto in cui ci troviamo sia a favore o meno delle azioni virtuose.


Alcuni studiosi di etica della virtù affermano che essere virtuosi significa realizzare il nostro potenziale al fine di divenire dei completi agenti morali. Ma tale potenziale può essere realizzato soltanto permettendo anche agli altri di soddisfare i propri interessi, come affermano anche i teorici Stephen Clark,3 Bernard Rollin,4 Rosalind Hursthouse5 e Martha Nussbaum6. Dal momento che gli esseri senzienti sono danneggiati quando non possono soddisfare i loro principali interessi, l’approccio dell’etica della virtù implicherebbe il rispetto degli interessi che gli altri hanno. Oltretutto, a causa di quanto precedentemente affermato circa la mancanza di sensibilità, si può persino affermare che l’azione più virtuosa non sarebbe soltanto non fare del male, quanto piuttosto fare del bene e cercare di aiutare gli animali quando possibile.




Etica del care.




Gli studiosi dell’etica del care sostengono che la base dei nostri interessi etici dovrebbe essere la nostra risposta emotiva a essi. In linea con quanto affermato, essi sostengono che rapporti speciali generano speciali doveri morali, ossia ciò che altre teorie (principalmente quelle che difendono gli interessi imparziali nell’etica) rifiutano.


Si potrebbe pensare che a causa di questo, l’etica del care ponga le basi per una visione antropocentrica dalla quale vengono esclusi gli animali non umani. La presunta ragione di tutto ciò potrebbe essere che, dato che solitamente si hanno relazioni più solide tra umani, dovremmo dare la priorità a queste ultime e prestare meno attenzioni agli interessi degli animali non umani.7 Tale tesi è stata rifiutata da coloro che difendono l’importanza degli animali non umani dal punto di vista dell’etica del care, come Josephine Donovan e Carol J. Adams.8 Donovan ha affermato che non possiamo essere considerati sostenitori dell’etica del care se non ci prendiamo cura degli interessi di tutti quegli esseri che, sappiamo, stanno soffrendo.9 Sostenere l’etica del care comporta trovare una soluzione a tali sofferenze; pertanto, bisognerebbe aver cura degli interessi di tutti coloro che possono sperimentare sofferenza o benessere. Di conseguenza, alcuni studiosi dell’etica del care intendono i loro doveri rivolti non soltanto agli animali non umani ai quali siamo legati, ma anche a quelli ai quali non siamo legati, come gli animali che vivono allo stato selvatico.10


Se dovessimo preoccuparci solo di coloro con i quali abbiamo dei solidi legami, ci preoccuperemmo di un numero davvero esiguo di individui. Non ci interesseremmo della stragrande maggioranza dell’umanità, dal momento che non abbiamo legami con loro e, in effetti, molte persone instaurano stretti rapporti con alcuni animali non umani. Se ponessimo le relazioni alla base dei nostri interessi allora dovremmo considerare etico il trascurare la maggior parte dell’umanità e il fatto che alcuni animali non umani meritano più considerazione di molti esseri umani. Un’alternativa a questo è, naturalmente, rifiutare l’importanza delle relazioni nell’attribuzione di considerazione morale, anche se ciò implica rifiutare una parte di ciò che gli studiosi di etica difendono.




Utilitarismo.




L’utilitarismo è una teoria etica secondo la quale bisognerebbe agire in tutti quei modi che generano il massimo grado di felicità nel mondo. Tale teoria si pone a difesa di tre elementi:

  1. Ciò che conta per gli individui è che la felicità (o soddisfazione del desiderio) sia quanto più possibile elevata.
  2. In generale, la cosa migliore è che la somma totale della felicità sia quanto più possibile elevata.
  3. Le nostre azioni dovrebbero essere atte ad accrescere la somma totale della felicità.

Una particolare forma di utilitarismo è quella che non si focalizza sulla somma totale del benessere e della sofferenza positivi, ma sul minimizzare la somma totale della sofferenza. Tale visione viene definita utilitarismo negativo. Un ulteriore punto di vista afferma che dovremmo non tanto accrescere la somma totale della felicità – scelta che potrebbe portare a una entità che gode di immensa beatitudine mentre tutti gli altri soffrono – quanto piuttosto la felicità media goduta da tutti gli individui senzienti. La teoria sopra elencata è nota come “utilitarismo medio”. L’utilitarismo convenzionalmente concepito, tuttavia, sostiene che debba esserci tanta felicità quanta possibile e che la stessa debba essere calcolata considerando tutta la felicità positiva presente e sottraendo tutta la sofferenza.


Secondo l’utilitarismo, il benessere di ogni individuo conta. Se nelle nostre decisioni morali non riusciamo a tenere in considerazione gli interessi di coloro che hanno esperienze positive o negative, di conseguenza non riusciamo a considerare la somma totale della felicità. Ciò implica che la discriminazione verso gli animali non umani senzienti, che possiedono esperienze e preferenze positive e negative, risulti incompatibile con una teoria come l’utilitarismo. La suddetta teoria deve tenere in considerazione ogni minima sofferenza e ogni minima felicità e, quindi, deve tenere in considerazione le esperienze degli animali non umani così come quelle degli umani. I primi teorici utilitaristi, come Jeremy Bentham,1 John Stuart Mill2 e Henry Sidgwick,3 sostenevano la considerazione morale degli animali non umani per le ragioni sopra elencate. Essi ritenevano infatti che i loro interessi andassero tutelati esattamente come quelli degli umani. Tuttavia, fallirono nel comprendere le conseguenze pratiche che ne derivarono, come ad esempio il rifiuto dello sfruttamento degli animali. In tempi più recenti, teoristi come Peter Singer4 e Gaverick Matheny5 hanno osservato le conseguenze della teoria utilitaristica a partire dal momento in cui gli interessi degli animali non umani sono stati inclusi.


Per l’utilitarismo l’uso degli animali non umani può essere accettato solo nel caso in cui la felicità provocata dal loro sfruttamento sia superiore al danno provocato; ma risulta davvero arduo ipotizzare situazioni in cui ciò possa verificarsi. Gli animali non umani sono bruscamente e terribilmente privati delle loro vite dopo essere stati privati della maggior parte delle esperienze positive che avrebbero potuto avere e dopo essere stati sottoposti a terribili sofferenze.


Nessuno accetterebbe, con sincerità e di buon grado, di subire tutti i danni subiti dagli animali non umani sfruttati e uccisi per il consumo, in cambio della possibilità di gustare prodotti di origine animale o godere dei vantaggi derivanti dal loro sfruttamento. Se fossimo al posto degli animali non umani troveremmo tale trattamento inaccettabile e lo considereremmo un prezzo troppo elevato da pagare per i piaceri del consumo di prodotti animali. Tutto ciò perché è necessaria troppa sofferenza per produrre soltanto un simile, momentaneo, piacere. L’utilizzo degli animali non accresce la somma della felicità nel mondo, anzi, la diminuisce in modo consistente; pertanto, secondo l’utilitarismo, tale sfruttamento non può essere considerato moralmente lecito.


Inoltre, l’utilitarismo non può accettare che non si faccia nulla difronte ai danni subiti da altri, anche se tali danni non sono stati causati da noi. Esso sostiene che bisognerebbe aver cura della felicità di tutti coloro che possono essere felici. Qualora vi siano fattori che riducono la felicità degli animali è necessario eliminarli, qualsiasi cosa essi siano. Pertanto, visti i tanti terribili modi in cui gli animali selvatici vengono danneggiati in natura, la loro difficile situazione deve assumere un’importanza fondamentale per gli utilitaristi, così come per coloro che sostengono altri approcci etici.





Consequenzialismo negativo.




Il consequenzialismo sostiene che il comportamento più giusto da seguire è quello che produce i risultati migliori. Le teorie non consequentialiste, invece, affermano che sono da evitare quelle azioni o quei comportamenti che non portano alla migliore delle situazioni. Il consequenzialismo negativo sostiene la necessità di agire in modo da ridurre al minimo, per quanto possibile, le cose negativeo.
Come avviene anche nel caso delle altre teorie, i sostenitori di questa teoria ammettono che, al fine di decidere su come procedere, sia necessario prima considerare attentamente gli interessi dei vari individui che verrebbero colpiti dalla messa in atto di una particolare azione. In special modo, andrebbe presa in considerazione la causa, l’eliminazione, l’aumento o la dimunizione di eventuali danni.


Seppure legate da punti che le accomunano e da un nome simile, le differenze tra consequenzialismo negativo e consequenzialismo sono molte e significative. Consideriamo il caso dell’utilitarismo negativo (un tipo di consequenzialismo negativo). I tre principi che definiscono l’utilitarismo sono i seguenti:

  1. Ciò che è bene per gli individui è il raggiungimento di un livello di felicità (o di soddisfazione dei desideri) più alto possibile, calcolabile sottraendo la quantità di sofferenza (o frustrazione dei desideri) dalla quantità di felicità.
  2. La situazione ottimale è rappresentata da una somma totale di felicità più alta possibile.
  3. Gli individui devono agire in modo da aumentare la somma totale della felicità.

Invece, i tre principi che definiscono l’utilitarismo negativo sono i seguenti:

  1. Ciò che è bene per gli individui è che il livello di dolore provato (o di frustrazione dei desideri) sia il più basso possibile.
  2. La situazione ottimale è rappresentata da un somma totale di sofferenza più bassa possibile.
  3. Gli individui devono agire in modo da ridurre al minimo la somma totale della sofferenza.

A differenza dell’utilitarismo, l’utilitarismo negativo ritiene che non esista esperienza positiva possa compensare la sofferenza, per quanto minuscola. Di conseguenza, mentre secondo la teoria utilitaristica la sofferenza può essere accettabile se causa una quantità maggiore di felicità positiva, una situazione del genere non è mai accettabile nella teoria dell’utilitarismo negativo. Secondo l’utilitarismo negativo, la necessità di ridurre completamente la sofferenza deve sempre avere la priorità assoluta. Nessun beneficio per quanto elevato è in grado di giustificare l’esistenza della sofferenza.  Questa posizione svolge un ruolo importante nell’etica che ha ispirato dottrine filosofiche come il Buddismo.


Esiste un’altra posizione che rifiuta l’idea di aumentare la felicità se questo implica infliggere sofferenza. Tuttavia, questa posizione è distinta da quella dell’utilitarismo negativo. Chi sostiene tale punto di vista ritiene inaccettabile infliggere sofferenza allo scopo di aumentare la [propria] felicità non perché dia valore soltanto alla riduzione della sofferenza, o perché valuti la riduzione della sofferenza al di sopra di qualunque altra cosa, ma semplicemente perché considera moralmente sbagliato ferire gli altri per qualsiasi motivo. Questo punto di vista non-consequenzionalista si distingue dall’utilitarismo classico, dall’utilitarismo negativo e dalle altre posizioni etiche discusse più avanti (tutte consequenzialiste).


In alcuni casi, l’utilitarismo negativo difenderebbe decisioni simili a quelle usate nelle teorie quali l’egualitarismo e il prioritarismo, ma diverse da quelle dell’utilitarismo classico.  Nell’utilitarismo classico, per esempio, sarebbe accettabile portare grande felicità a qualcuno a costo di infliggere un livello di sofferenza relativamente piccolo a qualcun altro. L’utilitarismo negativo, come pure l’egualitarismo, rifiuterebbero questa opzione.


D’altro canto, ci sono anche situazioni in cui l’utilitarismo negativo arriva a conclusioni diverse da quelle alle quali arriva l’egualitarismo.  Ad esempio, si prenda una situazione in cui se agissimo in un certo modo, un individuo proverebbe notevole dolore e un altro individuo no; mentre se agissimo in un modo diverso, entrambi gli individui soffrirebbero, ma ad un livello minore dell’individuo del primo esempio. In altre parole, nel secondo esempio, la sofferenza sarebbe distribuita equamente e l’effetto su ogni individuo sarebbe ridotto; il dolore non verrebbe inflitto interamente su un individuo soltanto.  Secondo l’utilitarismo negativo, se la sofferenza totale dei due individui equivale alla sofferenza esperita da uno degli individui del primo esempio, non ci sarebbe differenza tra le due possibili conseguenze. Tuttavia, una teoria come quella dell’egualitarismo considera la situazione in cui la sofferenza è soltanto provata da un individuo come il risultato peggiore, dato che tale individuo si ritroverebbe in una situazione ben peggiore rispetto a quella in cui si troverebbe se condividesse la sofferenza con l’altro individuo. In questa situazione, l’utilitarismo negativo opera in una maniera simile all’utilitarismo classico perché considera soltanto l’ammontare totale [della sofferenza] e non la sua distribuzione.


Altri tipi di teorie che sono consequenzialiste negative sono ’egualitarismo negativo e il prioritarismo negativo.


In pratica, il consequenzialismo negativo è una teoria che protegge generalmente il più vulnerabile e si oppone al suo sfruttamento a beneficio di altri se tale sfruttamento fosse causa del suo soffrire. Gli animali non umani, in quanto in grado di provare dolore, vanno ritenuti moralmente degni di considerazione. Di conseguenza, il consequenzialismo negativo ritiene moralmente inaccettabile ferire gli animali o infliggere loro qualsiasi sofferenza per il beneficio umano.  Per questa ragione, lo sfruttamento animale è moralmente inaccettabile.  La stessa conclusione viene raggiunta anche da altre teorie.


Secondo il consequenzialismo negativo, è nostro dovere aiutare gli animali che soffrono ogni volta che sia possibile e che questo non causi notevole sofferenza ad altri; anche quando la sofferenza degli animali  non è dovuta allo sfruttamento umano.




Teorie sui diritti: l’approccio generale.




Le teorie sui diritti stabiliscono che non è possibile agire, tramite determinate azioni, contro altri soggetti in quanto essi sono titolari di diritti morali, ovvero godono di una protezione particolare. Ciò significa che l’interesse che il diritto difende non dovrebbe essere violato. Se un interesse è difeso da un diritto, non dovrebbe essere osteggiato, anche se ciò potrebbe essere vantaggioso per altre ragioni.


Tipi di diritti


L’etica riconosce l’esistenza dei “diritti morali”, mentre la giurisprudenza intende il termine “diritto” in maniera differente. In un sistema giuridico, gli individui godono di diritti legali, i quali proteggono gli interessi dei singoli. Tuttavia, i diritti morali e quelli legali sono due concetti diversi e, poiché il presente testo ha un approccio etico, si concentrerà esclusivamente sui primi.


Tipologie di teorie dei diritti


Esistono due tipologie di teorie dei diritti: quella realista e quella costruttivista. Nel primo caso, il singolo è intrinsecamente titolare dei diritti, i quali vanno riconosciuti o, in alcuni casi, conquistati affinché vengano rispettati. Secondo la prospettiva costruttivista, invece, la migliore condotta da tenere nei confronti degli altri soggetti è quella di concedere loro un diritto o di lottare affinché esso venga rispettato. Tale teoria non prevede che gli individui siano intrinsecamente titolari dei propri diritti, ma che quest’ultimi vengano concessi dagli altri soggetti.


Le teorie dei diritti sono normalmente teorie deontologiche, ovvero sostengono che non esistono norme a cui dovremmo sempre obbedire a prescindere dalla circostanza. Al contrario, andrebbero rispettate solo quando si presenta l’occasione, anche se ciò comporterebbe una violazione da parte nostra o degli altri in futuro.


In seguito, troviamo le teorie consequenzialiste, le quali mirano a massimizzare i diritti da rispettare e a minimizzare quelli che vengono violati, indipendentemente da chi commette la violazione e quando.


Al contrario, le teorie dei diritti “classiche”, quelle deontologiche, sostengono che i diritti debbano essere sempre rispettati, anche se ciò comporterebbe la violazione di altri diritti o il mancato rispetto dei diritti altrui in futuro. Secondo la prospettiva antropocentrica, i titolari dei diritti possono essere solo gli esseri umani. Tuttavia, tale approccio viene spesso criticato asserendo che la soggettività giuridica andrebbe estesa anche agli animali non umani (in questa sezione, vengono esaminati i diversi approcci etici che considerano gli esseri non umani come soggetti giuridici).


Le tesi contro i diritti degli animali


Una critica che viene spesso mossa all’assegnazione dei diritti agli animali non umani sostiene che solo chi può rispettare i diritti altrui può essere considerato a sua volta un soggetto giuridico. Tale argomentazione ha ricevuto diverse risposte di carattere generale. Tuttavia, nello specifico, non è coerente applicare tale approccio solo nel caso degli animali, poiché di fatto ciò non sussiste per gli esseri umani. Infatti, esistono individui che non sono in grado di riconoscere i diritti altrui (come ad esempio i neonati), ma sono comunque soggetti giuridici. Le teorie dei diritti che sono più comunemente accettate oggi non applicano tale argomentazione, ma cercano di giustificare il motivo per cui viene estesa la soggettività giuridica a una determinata categoria in base agli interessi dei membri che la compongono.


Un’altra tesi contro i diritti dei non umani cerca di dimostrare che sarebbe impossibile rispettare i diritti della maggior parte degli animali e, pertanto, quest’ultimi non dovrebbero essere riconosciuti come soggetti giuridici. Tale argomentazione tenta di rispondere a coloro che sostengono che se un individuo viene considerato un soggetto giuridico, allora i suoi diritti devono essere rispettati. Ne consegue che, se anche gli animali non umani venissero considerati soggetti giuridici, allora dovremmo rispettare i loro diritti. La critica che viene mossa contro questa teoria si basa sul fatto che, poiché gli animali non umani che vivono allo stato brado spesso si danneggiano a vicenda, rispettare i diritti di una specie potrebbe portare alla violazione dei diritti delle altre.


Tale tesi mira a dimostrare che gli animali non umani non possono essere titolari di diritti, poiché le loro richieste non possono essere rispettate, rendendo assurda l’idea di concedere loro una soggettività giuridica (la questione viene esaminata nel dettaglio nella sezione dedicata a come aiutare gli animali allo stato brado). Tuttavia, le cose non stanno così.




Come funzionano i diritti nella pratica.




Due o più soggetti possono trovarsi in una situazione di conflitto di diritti, i quali non saranno rispettati tutti contemporaneamente. Tuttavia, ciò non significa che i soggetti non abbiano diritti, bensì che la soddisfazione di un diritto avrà priorità o annullerà la soddisfazione di un altro. In alternativa, si dovrà cercare di massimizzare, laddove sia possibile, i diritti che sono rispettati. Pertanto, è necessario far rispettare i diritti degli animali che vivono allo stato brado, almeno nei casi in cui non si rischia di violare i diritti delle altre specie. Qualora ciò non fosse possibile, si dovrebbero cercare soluzioni alternative che permettano di raggiungere tale obiettivo.


Inoltre, poiché lo sfruttamento della fauna selvatica ha gravi ripercussioni sugli animali non umani, è chiaramente incompatibile con il rispetto dei loro diritti. Tuttavia, non esistono solo i diritti negativi, i quali implicano restrizioni, ma anche quelli positivi che richiedono la partecipazione diretta per favorire parti terze.




Teorie dei diritti: breve introduzione.




I diritti sono garanzie morali che permettono ai possessori di tali diritti di agire senza subire interferenze, di avere accesso ad un certo benessere, a non essere danneggiati o sfruttati da altri (per ulteriori informazioni, consultare la sezione sui diritti).


Le teorie dei diritti trattano dei diversi tipi di diritti, di chi ne usufruisce e per quale motivo. Esistono molte forme diverse di teorie dei diritti, ognuna delle quali fa ricorso a un ragionamento diverso per difendere l’idea che esistono o dovrebbero esistere titolari di diritti.  Si potrebbe argomentare che gli animali non umani godano di diritti in maniera diversa all’interno delle strutture di queste differenti teorie dei diritti. Secondo l’influente esponente della filosofia morale Immanuel Kant, dovremmo agire soltanto in base a quelle regole che vorremmo diventassero leggi universali.  Kant riteneva che questo implicasse trattare l’umanità intera come un fine, piuttosto che come un semplice mezzo per un fine.1


In tempi recenti, teorici come Christine Korsgaard2 and Julian Franklin3 hanno difeso l’approccio di Kant, rifiutandone però la conclusione che tale approccio vada applicato esclusivamente agli esseri umani. Secondo questi teorici, dato che gli animali non umani sono senzienti, se noi fossimo al loro posto troveremmo inaccettabile che i nostri interessi fossero ignorati allo stesso modo. Quindi, tutti gli animali senzienti, e non solo gli esseri umani, dovrebbero essere considerati come fini a se stessi.


Alcuni autori contemporanei hanno elaborato teorie a partire dai concetti  kantiani ma cercando di evitare alcuni dei problemi che tale approccio implica. Uno di questi autori, Alan Gewirth,  afferma che chiunque agisca, per il semplice fatto di agire, sta dando per scontato di possedere il diritto di agire, come pure altri diritti necessari al compimento dell’azione (come i diritti necessari alla sopravvivenza)4 e che quindi, se vogliamo essere coerenti, dovremmo rispettare i diritti degli altri. Evelyn Pluhar concorda con questa argomentazione sostenendo che dovrebbe essere applicata a tutti gli esseri senzienti dato che anch’essi hanno gli stessi interessi e bisogni che abbiamo e dobbiamo avere noi in quanto agenti allo scopo di essere tutelati dai diritti.5


Tom Regan, noto sostenitore dell’applicazione dei diritti morali agli animali non umani, fa ricorso a argomenti diversi da quelli sopracitati. Egli afferma che ci sono diversi motivi per concludere che gli animali non umani (o almeno molti di loro) hanno diritti morali. Sebbene ogni singolo motivo, preso separatamente, non sia conclusivo, collettivamente tali motivi formano un argomento cumulativo che dimostra la fondatezza di tale affermazione.6 Regan afferma questo in quanto crede nella necessità di rifiutare come insoddisfacente qualsiasi teoria che non includa doveri diretti verso gli animali non umani,  o che neghi l’obbligo di accettare e rispettare i diritti morali, che affermi che solo gli esseri umani hanno un valore inerente e sono soggetti di vita soltanto per gli esseri umani, e che neghi che i soggetti di vita abbiano valore inerente (essere un soggetto di vita per Regan non significa essere vivi, ma essere coscienti e avere altre capacità).


Un altro teoretico che sostiene che gli animali non umani dovrebbero avere diritti è Gary Francione il quale afferma che gli animali non umani dovrebbero godere di diritti legali, consistenti fondamentalmente nel diritto di base di non essere usati come risorse dagli altri. Francione non si limita a discutere dei diritti legali ma afferma che gli animali non umani dovrebbero anche godere di diritti morali. Pur non avendo formulato principi di filosofia morale complessi come quelli basati sulle teorie di Pluhar-Gewirth, Regan o Korsgaaard, afferma comunque che tutti gli animali senzienti dovrebbero godere di diritti morali di base proprio perché senzienti.7


Infine, altri teorici hanno sostenuto che gli animali non umani dovrebbero avere diritti come consequenza necessaria dell’applicazione coerente e priva di pregiudizio della teoria del contrattualismo.8 Questo pensiero è spiegato nella sezione sul contrattualismo.

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